Installazione di Ignazio Fresu
Nel mio lavoro ho sempre interrogato il tempo non come flusso continuo, ma come condizione instabile, frammentata, priva di una direzione univoca.
Questa installazione nasce da tale urgenza: rendere visibile un tempo che non scorre, ma che resta, si arresta, si moltiplica.
Le colonne sospese sono frammenti di una classicità spezzata, elementi che appartengono a una tradizione di stabilità, misura e fondazione, ma che qui perdono la loro funzione portante. Non sostengono nulla e non vengono sostenute: rimangono in uno stato di sospensione, sottratte sia alla caduta sia all’elevazione.
Ogni tronco di colonna rappresenta un segmento dell’essere che persiste al di là del divenire. La loro apparente precarietà non coincide con l’annullamento, ma con una forma diversa di presenza. In questo senso il lavoro dialoga con un’idea di temporalità non lineare, dove passato, presente e futuro coesistono come realtà simultanee, non gerarchiche.
La leggerezza reale dei materiali, mascherata dall’apparenza della pietra, introduce uno scarto percettivo: ciò che sembra pesante è fragile, ciò che appare eterno è effimero. Questo inganno non è un trucco, ma un dispositivo di consapevolezza. L’opera chiede allo spettatore di mettere in dubbio ciò che crede stabile, ciò che crede definitivo.
Lo spazio tra le colonne non è neutro. È uno spazio attraversabile, ma non risolutivo. Il corpo dello spettatore entra nell’opera senza dominarla, muovendosi tra presenze che non si lasciano ordinare né ricondurre a un percorso obbligato. L’esperienza diventa così fenomenologica: il senso emerge dall’attraversamento, dalla relazione, dall’incertezza.
Questa installazione non propone una risposta sul tempo o sull’essere.
Propone una condizione: abitare la sospensione, accettare la coesistenza di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che sarà, senza la necessità di ricondurli a una continuità rassicurante.
In questo spazio instabile, l’essere non cade e non avanza.
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